Canto tutto il mio disincanto, canto: la longa manus del mercato e la religione della velocità

Cito tre personaggi. Difficile farli stare tutti insieme. Proviamoci.

Uno è Italo Svevo, dalla Coscienza di Zeno: “Già credo che in qualunque punto dell’universo ci si stabilisca si finisce coll’inquinarsi. Bisogna moversi. La vita ha dei veleni, ma poi anche degli altri veleni che servono di contravveleni. Solo correndo si può sottrarsi ai primi e giovarsi degli altri.”

Uno è Filippo Tommaso Marinetti, dal Manifesto del Futurismo: “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.”

Uno è Alessio Bertallot, che canta tutto il suo disincanto, rispondendo quasi un secolo dopo a Marinetti: “Canti dell’uomo che tiene il volante, la fede nelle macchine, canti invece io canto tutto il mio disincanto […] L’uomo nuovo che trombe ecatombe che accelera nonostante lo strapiombo che incombe, uomo nuovo ventre che addenta il cammino e più veloce è più è vicino al divino. Uomo nuovo, che asfalta, che assalterà il futuro, uomo nuovo, che corre col suo aerosiluro, uomo nuovo condottiero incolonnato comandante cilindrato con il rombo e il tuono, auto nuova uomo buono […] L’uomo che tiene il volante, la cui asta attraversa la terra, lanciata a corsa, la grande corsa VERSO IL NULLA“.

La religione della velocità. Un concetto prettamente futurista, ma che a un secolo di distanza si è reso quanto mai attuale. Ma potevano  mai pensare i futuristi, un po’ paraculi, che avrebbero trovato come migliore e grande alleata la lunga mano del mercato? E’ lei che ha catalizzato tutte le nostre abitudini, è grazie a lei che siamo sempre più incolonnati e cilindrati, con il rombo e il tuono ed è grazie alla consumistica smania dell’uomo moderno, guidato, come al solito, da chi vuole indurre i suoi bisogni aka il marketing aka il mercato, che si è arrivati a rendere realistica l’irrealistica equazione auto nuova uomo buono che solo i paraculi futuristi potevano procacciare per plausibile.

Siamo tutti uomini nuovi? La velocità sta migliorando la nostra vita o la sta distruggendo? Per cosa corriamo? Non certo per sfuggire ai veleni e giovarci dei contravveleni, ma allora è vero che la nostra grande corsa è verso il nulla?

Quando uomochedorme parla di una atroce flessione nel nostro desiderio, tra le cause vedo anche questa: la mancanza di tempo per desiderare. Trascorriamo freneticamente la nostra vita tra impegni, obblighi, finte manifestazioni d’affetto, false manifestazioni di stima, circondati palesemente da persone che non sopportiamo ma facciamo buon viso a cattivo gioco, non abbiamo tempo per noi stessi né per le poche persone che ci sono care, se non se ne sono definivamente andate a cercare infelicità altrove. Perché, questo è certo, la felicità non è di questo mondo.

Eppure ci narrano di tempi diversi, tempi dove tutta questa frenesia non esisteva eppure si riusciva a vivere ugualmente, anche molto meglio di ora. La vita durava di meno, ma era senz’altro più densa di momenti piacevoli. Ci narrano di “mesi di villeggiatura”, adesso si parla di “una settimana di ferie”. Ci narrano di posti dove potevi passeggiare, mari puliti, aria ancora respirabile, poco traffico e meno criminalità. Eppure dev’essere esistito tutto questo. Poi è arrivato il mercato.

Si potrebbe quasi arrivare al paradosso di dover dire che tutto ciò che è progresso è male. No, non è così, ma è così: tutto ciò che è profitto è male: LA NOSTRA VITA E’ INQUINATA DAL MARKUP. 

Aumenta sempre più il divario sociale, le ingiustizie sociali sono all’ordine del giorno. Le caste la fanno da padrone e tutto gira intorno alle conoscenze, alle mazzette, alla corruzione morale e materiale. Ma non è un fenomeno solo italiano: dovunque c’è un possibile profitto lì c’è il male, quasi come un riflesso pavloviano.

Anche per questo, io canto tutto il mio disincanto.

3 Risposte so far »

  1. 1

    nonsonounasuora said,

    …ma che hai mangiato?????…. pane e Beppe Grillo?????

  2. 2

    uomochedorme said,

    ecco, direi… appunto. Sì, è proprio questo il punto. Tristemente questo. Proprio questo.

  3. 3

    Arya said,

    Abbiamo fatto l’errore di seguire la velocità delle cose che abbiamo creato e non far seguire loro la nostra velocità. Anche il profitto è veloce e come tale non segue l’esigenza del normale sviluppo di ciò che lo circonda. Ora sono i secondi e non i minuti o le ore a contare, o la vita e i suoi anni. Rallentare, aspettare, riflettere verbi fuori moda ma che come il vintage cercano di tornare attuali, almeno per alcuni di noi.


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