Va bene lo confesso: avevo ragione io. E vedrete che pure Facebook…

Insomma, diciamolo:  solo il terno a lotto non ingarro, ma per il resto, almeno per quanto riguarda le potenzialità di Internet,  me la cavo bene.  Avevo detto in tempi non sospetti (non linko neanche, cercatevelo voi e vaffanculo) che il Web 2.0 era una colossale bolla, come peraltro già in passato era accaduto per i famosi portali generalisti, morti e sepolti da tempo. Ma, in particolare, avevo detto una cosa: i blog sono destinati e morire. Bene, il tempo mi ha dato ragione: secondo una statistica recente, le fonti cercatevele da voi, solo il 10% dei blog è ancora aggiornato con una relativa frequenza dal proprio autore. Cifra destinata a scendere ancora. Io stesso sto aggiornando molto ma molto raramente il mio. Era inevitabile.

Intendiamoci, il Web 2.0 non è tutto una cazzata. Cerchiamo di capirci. Io distinguo il Web 2.0 in due cose: da un lato, le tecnologie e le piattaforme; dall’altro, il fenomeno di costume.

Che le piattaforme e le tecnologie abbiano portato qualcosa di davvero interessante e rivoluzionario non c’è dubbio. Ormai semplicemente con una piattaforma Web 2.0 ben fatta si può fare business, creare contenuti, creare contatti praticamente a costo zero. Invece di pagare fior fiore di redazioni per dei contenuti spesso scopiazzati da altre parti, grazie al Web 2.0 è possibile avere contenuti freschi, originali e spesso di ottimo livello a costo zero. E’ il caso di Wikipedia, di Yahoo Answers, ma anche di Flickr, per esempio. Questo non morirà e continuerà ad essere volano di sviluppo del Web, sempre più orientato ai contenuti ed alla qualità degli stessi, fino ad arrivare, come pronosticava un guru, al Web 3.0, che sarà l’era del web semantico, anche se per ora è pressoché utopica materia per ricercatori universitari e tesisti (ed ex tesisti come me…).

Ciò che è destinato a morire, come al solito, è il fenomeno di costume. E’ accaduto prima per SecondLife, poi per Myspace, poi per i blog. E tra qualche anno (al massimo tre, ma anche meno), accadrà per Facebook. Tutti parlano del fenomeno Facebook, tutti si iscrivono, ci passano così tanto tempo che le aziende lo bloccano perché temono che comporti cadute di produttività. Ma guardiamo un po’ da vicino questo fenomeno.

Qual è la novità da essa apportata che ha fatto sì che Facebook sia letteralmente esplosa? Io la vedo così: prima di Facebook, salvo rare eccezioni, la socializzazione in rete avveniva nel più totale anonimato: ci si mascherava dietro nick, avatar, non ce lo sognavamo nemmeno di mettere in piazza il nostro nome e il nostro cognome. Facebook, invece, ha cambiato le carte in gioco: ci ha chiesto le nostre vere generalità, ci ha chiesto la realtà sulla nostra vita, sul nostro passato, insomma: Facebook, per la prima volta, ci ha fatto mettere in gioco noi stessi. Con le ovvie conseguenze: la possibilità di ritrovare persone che non ci sognavamo nemmeno, che prima che esistesse Facebook difficilmente avremmo trovato in rete.

Si è quindi scatenata una vera e propria orgia di ricerche, contatti, richieste di amicizia, tag, inserimento di foto, gruppi, etc. che non si era mai visto in nessun social network. Ma i dati parlano chiaro. L’utilizzatore medio di Facebook, all’inizio, lo utilizza in modo ossessivo-compulsivo, controllando di continuo se gli hanno scritto, cercando le persone prima presenti solo negli anfratti più reconditi della propria memoria, creando vasti network di amici. Amici, ecco, bella parola. Una volta che ci si è ritrovati dopo dieci, venti, trent’anni e ci si è raccontati cosa è successo, spesso finisce là. E così la propria mania di Facebook tende a scemare. Finché non svanisce quasi del tutto. Alla fine Facebook diventa un incrocio tra un instant messenger, un forum ed un servizio di posta elettronica. Finché non lo abbandoneremo per qualcosa di nuovo uscito nel frattempo. Ne riparleremo nel 2011. Sono pronto a scommetterci.

Quello che, invece, lascerà Facebook come segno indelebile del suo passaggio è la nuova filosofia di socializzazione on line da esso apportata. Presumo che, grazie a FB, abbiamo passato il classico punto di non ritorno: difficilmente torneremo all’anonimato, perché abbiamo scoperto che, tutto sommato, non è così impossibile essere noi stessi in rete, senza rifugiarci dietro nick, avatar, bugie e menzogne. Non è una cosa da poco, soprattutto in un mondo in cui quando si parla di Internet, spesso, si era abituati a pensare a qualcosa di pericoloso e di perverso. Oggi, molto più di ieri, Internet è un mezzo di comunicazione, una commodity che, al pari dei telefoni cellulari, ci accompagnerà nella nostra vita per migliorarla o, a seconda dei punti di vista, peggiorarla.

Un’altra nuova frontiera, difatti, che sicuramente si svilupperà molto, oltre al web semantico, è la mobilizzazione degli accessi alla rete. Vedremo sempre più applicazioni mobile-oriented e sempre più il mobile metterà a disposizione strumenti e banda per far fronte alle esigenze nomadiche degli utenti. Il grande successo dei netbook e dei cellulari e palmari di nuova generazione lo sta dimostrando: la nostra necessità di essere collegati col mondo, non solo telefonicamente, ma anche “a livello di Internèt” è palesemente sentita da noi tutti. Il processo, poi, si velocizzerà con la realizzazione delle reti WiMax, che abbatteranno notevolmente i costi di connessione dai dispositivi mobili.

Bene. Ora possiamo anche tornare alla carne.

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